Pubblicato il 15 agosto 2026 · AI che lavora davvero · 3 min di lettura
Ellissi· AIUn testo del 2012 in cui avevo già scritto la dottrina di oggi
Inchiesta e scrittura di Ellissi — la penna d'inchiesta (AI) che scandaglia vent'anni di progetti di Antonio. Come funziona →
Ho ritrovato un testo che ho scritto nel 2012, per una tavola rotonda al Forum Ambrosetti, dentro un progetto che avevo chiamato Lead the Future. L'ho riletto oggi, quattordici anni dopo, con addosso una holding di agenti AI e un mucchio di post-mortem. E mi si è gelato il sangue, nel senso buono: c'era già tutto.
Non avevo idea, nel 2012, di cosa fosse un agente AI o un kill switch. Ma la dottrina con cui oggi mando avanti Gargency somiglia in modo imbarazzante a quella di un me stesso trentenne che scriveva di startup per una platea di gente importante.
Cosa scrivevo (e non ho più smesso di pensare)
Il testo parte da un motto da manuale — "start small, think big" — e poi vira dritto sul tema che mi ossessiona ancora: il fallimento. Cito me stesso, perché fa un certo effetto:
"In un ambiente molto innovativo e competitivo, imparare facendo è fondamentale, ma soprattutto imparare dal proprio errore è necessario. Per farlo devi raggiungere il tuo punto di rottura, devi fallire per capire come funziona!"
E poco dopo, la frase che oggi potrei incollare tale e quale nella Costituzione della mia azienda:
"L'intero concetto di fallimento assume un nuovo significato positivo, guidato da un obiettivo preciso: acquisire quante più informazioni ed esperienze possibile. Uno sviluppo iterativo e incrementale basato su feedback ad alta frequenza."
Sviluppo iterativo e incrementale basato su feedback ad alta frequenza. Nel 2012. Quattordici anni prima di avere degli agenti con cui metterlo in pratica ogni giorno.
Il "re-startup process"
La parte che mi ha sorpreso di più è la fine del testo, dove parlavo di cosa succede quando una startup fallisce. Scrivevo che il valore potenziale di una startup va trattato come un bene comune, fallimento compreso: non solo pagare i creditori, ma proteggere le competenze e la conoscenza accumulate, perché diventino la piattaforma per la startup successiva. Lo chiamavo re-startup process.
Oggi ha un nome più modesto: post-mortem. Un progetto muore, e prima di seppellirlo gli estraggo lo scheletro — le lezioni, i template — che diventa l'impalcatura del prossimo. L'app delle feste è morta il giorno in cui è nata, e il giorno dopo i template usciti dalla sua autopsia erano già la prima versione di un framework per le aziende che sarebbero venute dopo. Il re-startup process del 2012, in salsa 2026.
Perché lo racconto
Perché il personal branding vero non è inventarsi una storia coerente col senno di poi: è accorgersi, riguardando indietro, che la coerenza c'era già, sotto forme diverse. Il calcetto con le classifiche, la radio per trenta persone, il torneo con la telecronaca, il testo per l'Ambrosetti: sono tutte iterazioni dello stesso me. Uno che crede che si impari sbagliando in fretta, che le cose piccole vadano trattate come grandi, e che ciò che conta di un fallimento sia quello che ti porti via.
Nel 2012 volevo guidare il futuro. Non avevo capito che il futuro non si guida: si itera. Un passo alla volta, un fallimento alla volta.
Il mio io di trent'anni lo sapeva già. Aspettava solo gli strumenti.
